giovedì 24 gennaio 2013

Scopami. 
Ti voglio dentro. 
Il tuo odore sulla mia pelle. 
Voglio morire. 
Strappami, straziami. Saziami.
Sì, che non possa sentire più nessun dolore 
se non la mia carne fatta a brandelli. 
La tua ultima cena offerta all'altare del silenzio.
Prendi me. 
Le mie dita, i miei piedi, la mia lingua, la bocca, i capelli, le spalle lisce e vertiginose. 
Il mio volgare controsenso sottopelle. 
La mia anima distorta e curva. Il mio neo sopra il labbro. La curva della mia schiena. 
Il mio pancreas, le mie arterie, le mie braccia, Sì. 
Svuotami. Eviscerami. 
Carezza il mare porpora con ruvide labbra. 
Copriti di me. Indossami.
Recita la danza dell'ingiustizia fedele. 
Mostra loro che il rosso é il colore della paura indomita.
Sconvolgente, alienante. Onnipotente delirio estatico.
Tempra la mia ombra con la seducente torsione dei tuoi fianchi
che percorrono strade antiche, di riti pagani. 
Sacrifici ancestrali. Atavico istinto di adorazione e morte per divinità selvatiche.
Divora il Dio. Fallo a pezzi.

 
No. 
Divincolati, scappa. 
Torna alle tue oscillanti maree. 
Nello sperduto tempo delle tenebre primaverili 
dove satiri suonano ipnotici tormenti 
per i nostri fianchi ammaccati dalle tempeste tropicali 
e silenziose orchidee profumano la nostra avida scemenza. 
L'insensatezza che ci avvolge e colora le nostre tempie 
mentre avidi corriamo sentieri di gioiosa morte e spettrale epifania. 
Colora il mio corpo della terra umida. 
Coltivami di sogni puerili e fervori luminescenti. 
Rilassami di struggente bacio e poi trafiggimi 
al centro, di un ultimo viaggio ancora sorridente 
nei miei giorni aggrovigliati ed incerti. Ancora umidi di pioggia.
Nei miei antri accaldati della tua tiepida sorgente.
Avanti. Affondami.
Finisci, non esitare. 
Finiscimi. Finisci Me.




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